Ho una serie interminabile di grandi e piccoli concerti da raccontare su questo blog da tempo un po' trascurato. Voglio farlo, non m'interessa se per alcuni è passato un sacco di tempo (anche un anno!): questo blog è per prima cosa un serbatoio di appunti e ricordi per me, non un magazine. Da dove cominciare? "
Prova dall'inizio", mi si risponderebbe languidamente in una sceneggiatura da quattro soldi.
E invece no: andrò probabilmente in ordine sparso e non so se smaltirò mai tutto, ma voglio partire proprio dall'ultimissimo concerto, quello a cui ho assistito sabato sera, alla Corte dei Miracoli di Siena.
Mi sono deciso quasi all'ultimo ad andare a vedere gli
Eterea Post Bong Band [a proposito: sull'ultimo cd, su
Wikipedia e sul
myspace sembra che il nome ufficiale del gruppo sia questo, però su
altri social network e su buona parte degli articoli che si trovano su di loro in rete la dizione è
Eterea Postbong Band: il fatto che queste discordanze e conseguenti incertezze sulla esatta ragione sociale di una band mi disturbino non depone a mio favore, lo so].
Mi sono deciso all'ultimo, dicevo, approfittando della (sempre più rara) occasione di una scampagnata in compagnia, senza conoscere granché la produzione della band di Schio (avevo solo ascoltato distrattamente lo
streaming del nuovo disco, in questi giorni ospitato su Rockit, e mi era parso curioso ma non sconvolgente); ebbene, è stata una scelta azzeccatissima.
L'ingresso sul palco dei quattro
postbongers è
in punta di piedi: indossano le tute anti-contaminazione che li caratterizzano anche in molte foto promozionali. Con la stessa mise nei minuti precedenti si erano anche palesati nelle altre stanze della Corte, per ricordare (intimare?) ai frequentatori più distratti di spostarsi nella saletta concerti. Un abbigliamento che pare
molto rinfrescante, tra l'altro (infatti della maschera e della parte superiore della tuta se ne libereranno presto).
Il genere degli EPBB è di difficile definizione, per sintetizzare potrei buttare lì un
electro-surf o un
tropical-industrial, o più omnicomprensivamente una
via italiana al post-tutto di fine anni zero.
Enver su Italian Embassy parla diffusamente della band e del relativo ultimo disco
epyks 1.0, dando qualche coordinata in più. Comunque: due chitarre selvagge, un percussionista che percuote un po' di tutto (anche una macchina da scrivere!), il tastierista-effettista-jolly che droneggia e campioneggia e dirige le danze; questi ultimi due sono anche i più loquaci nell'intrattenere il pubblico. Il quale pubblico è dapprima incuriosito, poi soddisfatto e nell'ultima mezzora in gran parte sciolto e saltellante (sembra di tornare ai bei tempi degli
!!!).

I brani si susseguono uno dopo l'altro freneticamente, la sensazione (pur non maneggiando il repertorio, che conta anche alcuni Ep e un disco in collaborazione con gli
Uochi Toki) è che spesso nell'eseguire i loro pezzi gli EPBB non si limitino ai cambi di ritmo ad essi interni, ma che li mescolino tra loro remixandoli, in un trionfo di improvvisazione calcolata e giocosa (con uno spirito cazzone che non può che ricordare gli
Elio e le storie Tese). Molte gag e trovate soniche assurde sono volute (l'etichetta a cui sono ora accasati è la
Trovarobato, del resto), alcune potrebbero anche celare incidenti tecnici: ma quel che conta è il risultato, che è un'ora e mezza ininterrotta di groove postatomico, un misto di suggestioni digital-latino-kraut-funk-tarantiniane frullate insieme e servite fresche con divertimento reciproco (e lo scambio di entusiasmo tra pubblico e musicisti è un ingrediente essenziale).
Mi tornano in mente i
Calibro 35 visti quest'estate - che pure sono ben diversi perché più legati alla strumentazione vintage e chiusi in confini musicali precisi (quelli delle colonne sonore dei polizieschi italiani anni 70, peraltro una delle tante ispirazioni anche della EPBB). Probabilmente il punto in comune tra le 2 band è essere tra le cose dal vivo più coinvolgenti in questo momento in Italia; e
coinvolgenti in maniera trasversale, perché questa "roba" può piacere ai fricchettoni come ai rocchettari, fino agli indie-snob che di questi tempi sbavano tutti dietro al rumorismo di
Fuck Buttons & compagnia alienante.
A proposito di entusiasmo: di certo un'ora e mezzo può essere una durata lunga per un concerto del genere, se l'esperienza dell'ascolto è statica (in fondo non ci sono testi, campionamenti a parte; i pezzi sono "canzoni" e non semplice flusso, ma pur sempre
canzoni da ballare/assorbire e non
da cantare). Infatti il pubblico si divide equamente tra chi nelle ultime file si ascolta una mezzora di live e poi dà il cambio ad altri, e tra chi invece balla o sta comunque immerso nel magma sonoro dei vicentini, si beve l'intero live con gusto e ne avrebbe anche gradito ancora. Io ero tra i secondi (ma non sono
il
figlio del Monni della foto qui sopra, giuro), e nonostante tanti concerti visti non può che rallegrarmi l'idea che ci può essere sempre qualche nome nuovo che ti può sorprendere (e che si diverte a restare sul palco a lungo senza risparmiarsi).
Il consiglio, insomma, è di seguire gli
Eterea Post Bong Band e
andare a vederli anche se le tracce ascoltate in rete non sembrano dirvi molto lì per lì (ma crescono, decisamente). Perché vanno giudicati dal vivo; perché sono originali e ballabili; perché sono più divertenti di molte
pitchfork sensations il cui concerto vi costerebbe il triplo; perché vendono i loro album al prezzo anti-crisi di 9,99 euro dandovi anche il centesimo di resto; perché l'ultimo
epyks 1.0 (
skype al contrario) è la prima parte di un concept sulla comunicazione malata in cui tutti noi duepuntoqualcosa siamo infognati; perché tra le altre emanazioni virtuali hanno
un blog su Splinder (che fa tanta nostalgia); e infine perché
sono fanatici di Lost, come potete constatare guardando
questo video di Cavalcata pt.1.